Fungo resistente alle radiazioni: da Chernobyl allo spazio, un possibile scudo vivente per gli astronauti

Fungo resistente alle radiazioni: da Chernobyl allo spazio, un possibile scudo vivente per gli astronauti

Dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, l’immaginario collettivo ha spesso dipinto l’area come un territorio definitivamente ostile alla vita. Eppure, tra le strutture danneggiate del reattore, i ricercatori hanno osservato qualcosa di inaspettato: una forma di vita non solo sopravviveva alle radiazioni, ma sembrava addirittura prosperare.

Si tratta di un fungo scuro e apparentemente comune, Cladosporium sphaerospermum, capace di colonizzare ambienti altamente radioattivi. Questa straordinaria capacità ha attirato l’attenzione della comunità scientifica, tanto da portare il fungo oltre l’atmosfera terrestre, fino alla Stazione Spaziale Internazionale.


Un organismo comune con una capacità fuori dal comune

Cladosporium sphaerospermum non è una specie rara: si trova in molte parti del mondo, su superfici umide, foglie o materiali organici in decomposizione. A Chernobyl, però, ha mostrato un comportamento sorprendente. Invece di evitare le zone più irradiate, tendeva a crescere proprio in loro direzione.

Il segreto risiede nella melanina, il pigmento che conferisce al fungo il colore scuro. La stessa sostanza protegge la pelle umana dai raggi ultravioletti, ma nei funghi melanizzati sembra svolgere un ruolo ancora più sofisticato. Secondo alcune ipotesi, la melanina sarebbe in grado di assorbire radiazioni ionizzanti e trasformarne parte dell’energia in processi biochimici, un fenomeno noto come radiotrofia.

Il fungo non “si nutre” di radiazioni nel senso classico, ma riesce a utilizzarle come vantaggio adattativo, trasformando un ambiente ostile in una nicchia favorevole.


Il problema delle radiazioni nello spazio profondo

Al di fuori della protezione offerta dal campo magnetico terrestre, lo spazio è attraversato da un flusso continuo di raggi cosmici, particelle ad alta energia in grado di danneggiare il DNA umano. L’esposizione prolungata aumenta il rischio di tumori e può compromettere il sistema nervoso centrale.

Le attuali soluzioni di schermatura si basano su materiali come alluminio o polietilene, efficaci ma estremamente pesanti. Trasportare grandi quantità di materiale in orbita o su Marte comporta costi enormi e limiti pratici significativi.

Per questo motivo, l’idea di uno scudo biologico leggero, autorigenerante e coltivabile in loco sta diventando sempre più interessante per le future missioni spaziali.


L’esperimento sulla Stazione Spaziale Internazionale

Nel 2019, un piccolo esperimento autonomo è stato inviato sulla Stazione Spaziale Internazionale all’interno di un modulo chiamato CubeLab. Una piastra di Petri conteneva due sezioni: una colonizzata dal fungo e una priva di organismi, utilizzata come controllo.

Sotto ciascuna sezione erano posizionati sensori per misurare il livello di radiazioni. Una fotocamera scattava immagini a intervalli regolari per monitorare la crescita del fungo per quasi un mese, senza alcun intervento umano.

Il Cladosporium sphaerospermum ha colonizzato rapidamente il substrato, crescendo più velocemente rispetto agli stessi campioni osservati sulla Terra.


Un’attenuazione misurabile delle radiazioni

I dati raccolti hanno mostrato un risultato significativo: il sensore posizionato sotto lo strato fungino ha registrato meno particelle ionizzanti rispetto al controllo. La differenza numerica era contenuta, ma costante e statisticamente rilevante, soprattutto una volta che il fungo aveva formato uno strato compatto.

La protezione non deriva solo dalla melanina. La biomassa fungina è ricca di acqua, e l’idrogeno presente nei tessuti è particolarmente efficace nel rallentare le radiazioni cosmiche. In pratica, il fungo si comporta come un materiale biologico capace di assorbire e disperdere l’energia delle particelle nocive.


Risultati promettenti, ma interpretati con cautela

Gli stessi ricercatori sottolineano che si tratta di uno studio preliminare. L’esperimento non dimostra che il fungo possa sostituire completamente gli scudi tradizionali, né che si nutra direttamente di radiazioni.

Ciò che dimostra, però, è un principio fondamentale: un organismo vivente può contribuire alla schermatura radiativa nello spazio. E può farlo partendo da un campione minuscolo, crescendo direttamente dove serve, con un peso iniziale trascurabile.

Questo approccio è perfettamente coerente con la strategia nota come ISRU (In-Situ Resource Utilization), che punta a utilizzare risorse locali invece di trasportarle dalla Terra.


Scenari futuri: funghi protettivi su Luna e Marte

In futuro, gli habitat spaziali potrebbero integrare strati di funghi melanizzati coltivati su substrati locali, come regolite marziana o lunare mescolata ad acqua riciclata. Questi rivestimenti potrebbero fornire protezione dalle radiazioni e, allo stesso tempo, autoripararsi in caso di danni.

Non si tratterebbe di barriere passive, ma di sistemi viventi, capaci di adattarsi e rigenerarsi nel tempo. Un’idea che ribalta il concetto tradizionale di schermatura e apre nuove prospettive per l’architettura spaziale.


Una lezione di resilienza dalla biologia

La storia di Cladosporium sphaerospermum è un potente promemoria della capacità della vita di adattarsi anche alle condizioni più estreme. Da un disastro nucleare sulla Terra a un possibile utilizzo nello spazio profondo, questo fungo mostra come la biologia possa offrire soluzioni inaspettate a problemi complessi.

In un’epoca in cui l’esplorazione spaziale richiede soluzioni leggere, sostenibili e intelligenti, la risposta potrebbe trovarsi non solo nell’ingegneria, ma anche nei meccanismi adattativi della natura. A volte, per spingersi oltre i confini del nostro pianeta, basta osservare attentamente ciò che ha saputo crescere nelle sue ferite più profonde.

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